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Facilitazione e personalizzazione. Quale fondamento?

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Facilitazione e personalizzazione. Quale fondamento?

Lasciato da Giulia Iotti il 16 febbraio 2014 alle 23:06

1. Nel corso del dibattito è emerso un nodo che, a mio parere, svela forse il fondamento su cui poggia il cambiamento verso la personalizzazione del welfare. Tale fondamento sembra identificarsi con la dimensione del dialogo, in particolare quello tra paradigmi scientifici in passato contrapposti. Credo sia fondamentale analizzare questo aspetto teoretico, perché fortemente interdipendente con l’aspetto metodologico.

2. Il nodo è l’oscillazione tra paradigma postpositivista  (scienza sperimentale in cerca di leggi aperte alla revisione, spiegazione dei fenomeni, standardizzazione degli interventi, ecc. Semplificando: oggettivismo maturo, probabilisticamente vero) e paradigma interpretativista (scienza interpretativa, comprensione, differenziazione degli interventi, ecc. Semplificando: soggettivismo), nodo ampiamente dibattuto dalla filosofia della scienza (e non solo) degli ultimi decenni, con particolare riferimento alle dimensioni ontologiche ed epistemologiche (dibattito ben esplicato da autori come Corbetta, Baraldi e altri).

Se da un lato il rimanere agganciati al primo paradigma rischia di escludere la complessità dell’umano, dall’altro puntare solo sul secondo paradigma può portare a degenerazioni relativiste, che potrebbero mettere a repentaglio fondamentali conquiste raggiunte in campo medico.

La questione dell’equilibrio tra questi due paradigmi è delicata, e nel corso del seminario è emersa una posizione intermedia: puntare verso la personalizzazione non significa dimenticare il primo approccio, ma piuttosto affiancare ad esso un’attenzione agli aspetti psicologici, relazionali, ecc. (secondo approccio) che rendono una persona e la sua rete relazionale un unicum che necessita di essere colto nella sua complessità. Questa posizione è sembrata essere apprezzata da Túllio Batista Franco.

Al riguardo, citando il principio di indeterminazione di Heisenberg, Arnkil ha sostenuto che quanto più un soggetto esamina un fatto, tanto più l’interpretazione del fatto si modifica, perché si lega sempre più alla soggettività dell’osservatore. Qui emerge il “pericolo” del relativismo, ma la teoria del dialogo (Bachtin) aiuta uscirne in quanto sostiene che è proprio durante il dialogo che il punto di vista del soggetto si avvicina maggiormente al fatto osservato, grazie all’ascolto del punto di vista degli altri soggetti coinvolti nel dialogo. Secondo questa prospettiva, non esistono verità oggettive, ma soltanto verità soggettive che possono coesistere e confrontarsi nella dimensione del dialogo.

3. La domanda che pongo in conclusione di questa breve riflessione è: la dimensione del dialogo (sulla quale per Arnkil si fonda la facilitazione) non va forse a braccetto con quel realismo interno (Putnam), per certi aspetti curiosamente complementare al personalismo ontologico (Pareyson), senza il quale non è possibile che le diverse verità soggettive si confrontino e convivano trovando il loro spazio vitale?

Se la risposta a questa domanda è si, la dimensione del dialogo assume forse i tratti del fondamento necessario al confronto delle diverse verità soggettive, un fondamento (verità oggettiva? o quanto meno verità intersoggettiva del nostro tempo/luogo, per dirla alla Rorty?) senza il quale non esiste orientamento e si scivola nel relativismo.

Un fondamento che:

- permette un relazionamento di paradigmi scientifici in passato apertamente contrapposti (mi riferisco in particolare a postpositivismo e interpretativismo), e quindi conduce verso la personalizzazione del welfare e a processi di facilitazione;

- permette al suo interno il dispiegarsi di differenti verità soggettive (a meno che non mettano in discussione la possibilità stessa del dialogo, cioè della verità condivisa, oggettiva o intersoggettiva che sia).

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ultima modifica 16/02/2014
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