Quando la partecipazione crea comunità

Come far diventare la partecipazione culturale una pratica ordinaria, da Il Giornale delle Fondazioni

 

Quando la partecipazione crea comunità

Una riflessione di Maura Romano per il Rapporto Symbola-Unioncamere  “Io Sono Cultura 2018”

Stimolare il desiderio di partecipazione e far diventare la partecipazione culturale una pratica ordinaria, dettata dal più profondo bisogno. È questa la grande sfida per le industrie culturali e creative che operano secondo le logiche della responsabilità sociale della cultura, orientate dalla consapevolezza che non sono i pubblici a dover cambiare ma che è il sistema a dover adottare nuovi paradigmi. Una riflessione di Maura Romano per il Rapporto Symbola-Unioncamere  “Io Sono Cultura 2018”, che mette sotto la lente l’operato di imprese culturali e creative che adottano il presupposto della rilevanza sociale delle azioni che promuovono e che non prescindono dall’analisi sul ruolo complesso e multifocale che cultura e creatività sono chiamate a rivestire nella società contemporanea.  Dall’Ars Electronica Festival di Linz, città che ha fatto di un complesso e solido sistema integrato di attività culturali e creative,  il perno del suo sviluppo economico, al lavoro del Comune di Varsavia, a S. João da Madeira che punta a diventare città creativa, trasformando  un’ex fabbrica storica di olive, passando dall’Old Biscuit Mill di Cape Town, per tuffarsi a Napoli e a Tor Pignattara,  Romano, stimola il ragionamento sui diversi livelli di produzione del valore perché  “Si tende a cadere nella trappola della semplificazione e porre più semplicemente lo sguardo sul cosa si produce e meno sul perché.” Ingredienti fondamentale la produzione di contenuti culturali in ottica di engagement ma anche nell’empowerment dei pubblici. Estratto dal rapporto Io sono Cultura 2018, realizzato in collaborazione con Fondazione Symbola e Unioncamere”

 

Osservando l’esito di un’azione, di un progetto o di un processo, capita spesso di soffermarsi sull’aspetto funzionale delle cose, sugli effetti più evidenti, quelli che per primi saltano agli occhi e che con immediatezza correliamo a obiettivi chiari e definiti. Ma basta spostare di poco lo sguardo per cogliere dimensioni altre, più profonde, indirette, quasi impalpabili. Dimensioni che lasciano intuire la presenza di obiettivi più sofisticati, discreti come se intendessero nascondersi per essere scoperti da chi riesce a comprenderne il senso.
 
È ciò che spesso accade quando mettiamo sotto la lente d’ingrandimento iniziative, progetti o interventi di imprese culturali e creative che agiscono secondo le logiche della responsabilità sociale della cultura. Parliamo di enti che adottano il presupposto della rilevanza sociale delle azioni che promuovono e che non prescindono da una riflessione complessa e multifocale sul ruolo che cultura e creatività sono chiamate a rivestire nella società contemporanea.
 
Che la cultura contribuisca a favorire il benessere di persone, comunità e territori è ormai un assioma. Che la partecipazione alla vita culturale innalzi il livello di benessere, intuitivo. Che le industrie culturali e creative siano chiamate a pensare – o ripensare - la propria offerta di servizi, incentivando la partecipazione e ponendo i pubblici al centro delle proprie attività, una scelta oggi imprescindibile, quasi etica. Favorire la partecipazione culturale, per queste organizzazioni, non è una decisione dettata esclusivamente dal ritorno economico ma anche dall’intento di produrre valore creando comunità più attive e consapevoli.
 
Questo meccanismo virtuoso, che si autoalimenta generando una spirale di valore continua, è l’intenzione più rilevante per chi “aziona il processo” ma nello stesso tempo è quella più difficile da leggere per chi è orientato a soffermarsi, con più facilità, sui risultati o prodotti tangibili, evidenti, di superficie come l’evento, la mostra, il concerto, il percorso formativo, la residenza, lo spazio rigenerato, lo spettacolo, il videogioco e così via. Si tende a cadere nella trappola della semplificazione e porre più semplicemente lo sguardo sul cosa si produce e meno sul perché.
 
Il primo livello di produzione del valore è quindi quello del prodotto fruibile, che però nell’intenzione dei promotori e nella concretezza del servizio offerto, rappresenta solo lo strumento per realizzare il secondo livello di produzione del valore, ovvero quello del processo partecipativo, l’effetto più profondo e a lungo termine, di sistema, improntato a stimolare processi di comunità.
 
Possiamo identificare due principali ingredienti del secondo livello del valore. Il primo risiede nella capacità di attivare reti e alleanze territoriali con il fine di incoraggiare la nascita di un vero e proprio sistema culturale urbano che renda sostenibili, nel tempo, gli impatti delle azioni promosse.
 
Pensiamo alla partecipazione mondiale che ruota intorno all’Ars Electronica Festival, evento avanguardistico di arte elettronica il cui successo è indissolubilmente legato al grande lavoro che la città di Linz ha fatto negli anni per costruire un complesso e solido sistema integrato di attività culturali e creative, diventato il perno del suo sviluppo economico. O al lavoro che il Comune di Varsavia sta facendo sulla strategia culturale urbana, partecipando in prima linea a progetti europei, lavorando sulla formazione di nuovi manager culturali e sulla creazione di un network di realtà culturali territoriali a partire dall'analisi dei dati sull'audience di eventi e spettacoli cittadini. O alla scelta della città portoghese di S. João da Madeira di diventare città creativa puntando su un’ex fabbrica storica di olive, la Oliva Creative Factory, che oggi connette le più importanti e floride realtà produttive e imprenditoriali territoriali, trasformando ogni giorno creatività e talento in business. O ancora all’Old Biscuit Mill di Cape Town, ex fabbrica di biscotti situata nel cuore del quartiere emergente di Woodstock, un tempo zona industriale e oggi simbolo dell’immagine più cool della città. Riconvertito in spazio dedicato alla creatività, è qui che negli ultimi anni hanno aperto i loro studi artisti, designer, stilisti e fotografi ma anche negozi di design, artigianato, moda, ristoranti, boutique cafè. L’atmosfera che si respira è suggestiva e vivace soprattutto il sabato mattina durante il Neighbourgoods market, mercato nel quale agricoltori e commercianti propongono le proprie specialità al suon di buon jazz e musica elettronica.
 
Altro ingrediente fondamentale del secondo livello di produzione del valore risiede nella produzione di contenuti culturali in ottica di engagement ma anche nell’empowerment dei pubblici: pensare prodotti culturali che riescano a stimolare il coinvolgimento di chi li fruisce è certamente un elemento importante. Ma prima ancora è fondamentale creare i presupposti per aumentare lo spettro delle competenze delle persone che, in seguito, potrebbero sentirsi maggiormente predisposte a percepire la cultura come un bisogno e ad assecondare il loro desiderio di partecipazione.[1] Il segreto è dunque stimolare il desiderio di cultura e progettare azioni, servizi e interventi in grado di sollecitare il ruolo creativo del pubblico per generare partecipazione. Si tratta di un terreno solo in parte esplorato ma non mancano casi di successo ed esempi virtuosi di organizzazioni che, in Italia e nel mondo, operano in questa direzione.
Andiamo quindi nella cittadina di Deltebre, nel sud della Catalogna, per parlare del Festival Deltebre Dansa[2]. Festival internazionale di danza e circo contemporaneo, è nato per offrire workshop rivolti a ballerini di danza contemporanea e si è trasformato in un evento che propone non solo laboratori per artisti professionisti ma anche un ricco programma di workshop amatoriali, finalizzati allo sviluppo di comunità attraverso le arti performative e circensi. Persone comuni, che vivono a Deltebre o vi si recano appositamente per il festival, indossano in quei giorni i panni di trampolieri e performer per esibirsi, insieme ai professionisti esperti, sotto quel grande tendone che diventa spazio di socialità per i tanti partecipanti.
 
Ci spostiamo a Birmingham, in Inghilterra, per osservare il lavoro pionieristico del Birmingham Opera Company[3], compagnia d'opera specializzata in produzioni innovative e d'avanguardia che attualizzano il repertorio operistico classico. La compagnia nasce dalla convinzione, del direttore d’opera Graham Vick, che l’opera sia nata per essere di tutti e debba essere per tutti. Composta da musicisti e cantanti professionisti provenienti da tutto il mondo e dai cittadini di Birmingham (Brummies), i loro spettacoli si caratterizzano per essere realizzati in luoghi insoliti e non convenzionali come magazzini, centri commerciali, banche e stazioni ferroviarie, ma anche per il coinvolgimento, nella performance, di cittadini di tutte le età, etnia e strato sociale. Questo processo, non solo avvicina nuovi pubblici all’opera, disciplina artistica per molti considerata inaccessibile, ma regala la preziosa opportunità di formare e far emergere nuovi artisti, oltre che di rafforzare il profondo senso della comunità nella partecipazione.
 
Ci spostiamo nell’Europa dell’Est, precisamente a Poznań, in Polonia, per esplorare un altro stimolante caso di produzione culturale che, attraverso strategie di partecipazione, crea comunità. Si chiama Malta Festival Poznań ed è un’iniziativa finalizzata ad aprire dibattiti e riflessioni, attraverso l’arte, su temi di attualità sociale con cittadini e visitatori. Dislocato e ramificato in molti punti della città, il festival accoglie spettacoli, concerti, mostre e proiezioni per stimolare la riflessione e il dibattito tra artisti, intellettuali e pubblico presente, che spesso si trattiene fino all’alba per parlare e scambiare opinioni o per cantare e danzare insieme agli artisti. Rilevante è il lavoro di community engagement messo in campo dai promotori, filo conduttore di ogni rappresentazione.
 
Non mancano best practices originali e virtuose anche nel nostro Paese. È il caso di Non Riservato, laboratorio permanente per la socialità creativa degli spazi pubblici di Milano. Network a vocazione produttiva, unisce associazioni, cooperative, professionisti e imprese che fanno della creatività uno strumento di trasformazione urbana e sociale. Realizzare attività creative in spazi pubblici diventa l’elemento centrale della connessione fra le unità produttive del network e i cittadini. Attraverso la collaborazione e la sinergia tra i propri aderenti e le comunità, Non Riservato favorisce la percezione dello spazio pubblico come luogo di produzione della dimensione collettiva del vivere urbano.
Un tuffo nella colorata Napoli ci porta a scoprire un'altra pratica molto interessante che prende il nome di Altofest[4]. Progetto di socialità sperimentale, si basa su due elementi essenziali: la prossimità e il dono. Ogni anno, durante il festival, i cittadini donano un proprio spazio offrendo ospitalità ad artisti nazionali e internazionali che, nel periodo di residenza creativa, riqualificano una loro opera di repertorio mettendola in relazione con i luoghi del vissuto quotidiano del cittadino che li ospita (appartamenti, terrazzi, cortili, condomini, laboratori artigianali). Gli spazi privati vengono poi aperti al pubblico, diventando luoghi di fruizione artistica e accogliendo cittadini e visitatori in un dimensione intima che diventa spazio di comunità. La prospettiva curatoriale che disegna il festival si origina da una meticolosa attenzione al rapporto uno a uno fra artista e donatore, lasciando che il potenziale generativo di questo incontro possa propagarsi al sistema di relazioni entro cui ciascuno si muove.
 
Per creare comunità meglio partire da bambini. È il motto di PLAN. Progettiamo luoghi, costruiamo comunità[5], progetto sperimentale di rigenerazione creativa realizzato nella Scuola Carlo Pisacane del quartiere multietnico di Tor Pignattara di Roma. PLAN ha coinvolto grandi e bambini in un percorso di creazione di comunità grazie ai linguaggi dell’architettura, della street art e dello storytelling urbano. Gli studenti, guidati da architetti e artisti hanno contribuito alla rigenerazione fisica di alcuni spazi della loro scuola che è stata aperta a famiglie, associazioni, giornalisti e comunità delle molteplici nazionalità presenti nel quartiere. Oltre ad aver fatto entrare la città a scuola, PLAN ha portato la scuola sul territorio: attraverso tecniche narrative, i bambini hanno raccontato i loro luoghi del cuore e creato itinerari culturali per guidare adulti e turisti alla scoperta del territorio, tra le strade e i segreti di Tor Pignattara. L’interazione, la produzione creativa e la partecipazione di artisti, giovani e associazioni del territorio hanno trasformato PLAN in un luogo aperto di confronto, contribuendo a rafforzare il patrimonio relazionale esistente e ad aprire nuove prospettive per il futuro.
 
Il filo conduttore di tutte queste esperienze si dirama attraverso alcune direttrici principali. Innanzitutto l’assunzione di responsabilità che le imprese culturali decidono di condividere con i decisori politici e con gli enti preposti ad attuare politiche culturali, sentendo preminente il dovere di investire energie e competenze per produrre non solo crescita aziendale ma anche benessere sociale. In secondo luogo accogliere la sfida di portare cultura e creatività fuori da dimensioni elitarie e autoreferenziali e da luoghi convenzionali di fruizione, di porle al servizio della società nei suoi aspetti più immanenti, di abilitarle a diventare leve risolutive di criticità sociali e asset valoriali per chi li produce e per chi ne beneficia. Infine, la condivisa consapevolezza di assumere una diversa concezione – e dunque adottare un rinnovato approccio – della partecipazione culturale: non sono i pubblici a dover cambiare ma è il sistema a doverlo fare.
 
Le industrie culturali e creative che operano sul filo dell’innovatività sono oggi quelle che stanno imparando a conoscere meglio i loro pubblici e a stimolarli nell’ampliare ed esplorare il proprio spazio culturale, per far diventare la partecipazione culturale una pratica ordinaria, dettata dal bisogno e rispondente al più profondo, personale e autentico desiderio.


 
Estratto dal rapporto Io sono Cultura 2018, realizzato in collaborazione con Fondazione Symbola e Unioncamere”

[1] La relazione fra organizzazioni culturali e pubblico, negli anni, si è modificata radicalmente. Inizialmente le industrie culturali si preoccupavano di sviluppare strategie di marketing che favorissero il consumo. Successivamente, hanno iniziato a elaborare strategie di audience development per ridisegnare l’esperienza di fruizione con l’obiettivo di ampliare e differenziare il bacino dei pubblici. Oggi siamo entrati in una nuova fase, quella dell’engagement e dell’empowerment che, al di là delle etichette terminologiche, ricentra e riabilita il ruolo del pubblico da consumatore-spettatore a protagonista e produttore, esso stesso, di contenuti culturali, in linea con il fenomeno che Tapscott chiamava della “peer production” agli albori del web 2.0. (Cfr. Don Tapscott, Anthony D. Williams, 2008, Wikinomics 2.0. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, Etas, Milano). [2] Per le informazioni sul festival si ringrazia il direttore artistico Roberto Olivan. [3] Per le informazioni si ringrazia il Development Manager Joe Nunn. [4] Per le informazioni sul festival si ringrazia la direttrice Anna Gesualdi. [5] Per le informazioni si ringrazia la coordinatrice Laura Bove.

 

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Pubblicato il 31/08/2018 — ultima modifica 31/08/2018
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