Le partnership tra polizia locale e cittadini: il controllo di vicinato

di Samanta Arsani - Gabinetto di Presidenza della giunta regionale - Area Polizia locale

Negli ultimi anni si sta diffondendo anche nel territorio della nostra regione l’esperienza dei gruppi di controllo di vicinato, a testimonianza di come i cittadini interpretino sempre più spesso il proprio ruolo come parte attiva del benessere della propria comunità, in questo caso con riferimento alla sicurezza del luogo in cui vivono.

Nato negli anni sessanta nel mondo anglofono, il controllo di comunità (neighbourhood watch) si basa sull'idea di un gruppo di persone attive che collaborano con le forze di polizia per rafforzare il legame tra vicini, allo scopo di rendere la loro comunità più sicura e aiutare a ridurre criminalità e degrado.

Il controllo di comunità prevede il coinvolgimento, con vari livelli di impegno, delle forze dell'ordine, della polizia locale, delle associazioni locali e soprattutto, di persone e famiglie che vogliono contribuire a rendere migliore il luogo in cui vivono. Per dare supporto alle persone nell'obiettivo di ridurre la criminalità, il senso di insicurezza e il degrado, il gruppo si attiva per migliorare la consapevolezza rispetto ai comportamenti sicuri, alle strategie per la difesa delle abitazioni e, in generale, per garantire un'osservazione della comunità, in grado di riportare alla polizia locale episodi criminali o anche solo eventi sospetti.

Secondo l’orientamento regionale, le istituzioni devono fare tesoro di tale impegno dei cittadini mettendosi in gioco per dare vita ad alleanze finalizzate alla co-costruzione della sicurezza e del benessere delle comunità e in questo ha individuato le polizie locali come principale interlocutore, sia per la promozione di questo genere di percorsi, sia per il loro accompagnamento. Nel 2017 infatti, all’interno della riforma generale che ha interessato la disciplina regionale sulle polizie locali, è stato introdotto il principio di polizia di comunità: primo pilastro dell’idea stessa di polizia di comunità è il coinvolgimento della e nella comunità, la creazione cioè di partnership collaborative tra polizia locale e le persone e le organizzazioni che vivono sul territorio. Si va in questo modo nel senso di una pubblica amministrazione aperta e vicina, che abbandona la tradizione borbonica della contrapposizione tra chi definisce le regole della vita sociale e chi è chiamato passivamente ad attenervisi. Più “strategicamente”, ridefinire la presenza della polizia locale all’interno delle comunità in termini di stretta collaborazione e scambio con i cittadini è anche una misura utile a fare degli stessi cittadini dei collaboratori attivi, delle antenne in grado di intercettare con più consapevolezza le criticità del loro (e nostro) territorio e contribuisce ad un atteggiamento di presa in carico delle condizioni di vita del proprio quartiere piuttosto che di attesa di intervento da parte delle istituzioni.

In particolare, il controllo di comunità o controllo di vicinato è disciplinato all’articolo 17 septies della Legge Regionale 24/2003, riformata appunto nel 2017 e l’area polizia locale del Gabinetto della Presidenza della Giunta fornisce supporto ai comandi di polizia locale interessati al progetto.

In concreto, i gruppi di vicinato possono contribuire a:

  • Prevenire fenomeni criminali e ridurre le opportunità per criminalità e inciviltà
  • Aumentare il senso di sicurezza e rafforzare il senso di appartenenza dei cittadini al proprio territorio
  • Favorire la solidarietà e la condivisione tra vicini, in un'ottica di scambio e rafforzamento delle relazioni sociali

I gruppi di controllo di comunità generalmente sono organizzati a livello strettamente locale (singole vie, piccole porzioni di quartieri, ecc) e coinvolgono i residenti, ma possono coinvolgere anche persone che a vario titolo gravitano sull'area (ad esempio i commercianti). Il ruolo di un gruppo di controllo di comunità è, forse banalmente, quello di tenere occhi ed orecchie aperte e di comunicare al proprio interno per condividere le informazioni raccolte sul territorio, le eventuali anomalie rispetto ciò che è la vita ordinaria della zona. Attraverso i gruppi, i cittadini osservano e comunicano, in ottica e con finalità di prevenzione ed in raccordo con le istituzioni senza intervenire mai in modo autonomo e sostitutivo, non si devono mai mettere in condizioni di rischio personale.

In questo senso, si tratta di mettere in pratica l’ “occhio sulla strada”, per usare lo slogan coniato negli anni ’60  dall’antropologa Jane Jacobs, le cui teorie sulla vitalizzazione dei quartieri sono alla base di molte delle attuali strategie di sicurezza urbana.

Cosa c’è in più o di diverso rispetto alle consuetudini del buon vicinato? Si tratta di una riproposizione, forse fuori dal tempo, di un mondo idilliaco da film degli anni ’50?

E che cosa impedisce invece che il controllo di comunità lasci il campo al passaggio all’azione da parte di qualche esagitato che coglie l’occasione per dare sfogo alla propria esigenza di protagonismo, senza però avere la formazione e le capacità necessarie per l’azione di contrasto e repressione?

La risposta sta proprio nella necessaria relazione che deve esistere tra gruppi di controllo di comunità, che possono sorgere spontaneamente ed autonomamente sul territorio, e polizia locale, quale primo punto di contatto e di risposta delle istituzioni. Se il protagonismo positivo dei cittadini non viene colto dalla pubblica amministrazione, il rischio è quello infatti di vanificarne il potenziale, da un lato, e di alimentare l’allarme sociale o il malcontento, dall’altro.

Per saperne di più: bit.ly/3lGOyaV

 

 

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