Amministrazione Condivisa

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Laboratorio: simulare la definizione di un patto di collaborazione con il "Teatro dell'oppresso"

Il metodo del "Teatro dell'oppresso" può essere utilizzato durante eventi in presenza per sperimentare le dinamiche sociali che comunemente stanno alla base delle esperienze di amministrazione condivisa dei beni comuni.

Accenni al metodo del Teatro dell’oppresso

Il Teatro dell’Oppresso (TdO) nasce negli anni ‘50 grazie ad un percorso di ricerca di Augusto Boal, uomo di teatro brasiliano, che approderà ad una forma di teatro politico e sociale del tutto nuova.
Nel metodo del TdO ogni partecipante sperimenta direttamente le rigidità e i modelli consolidati, sia corporei che comunicativi, che ognuno di noi acquisisce nella vita quotidiana. Grazie al confronto con l’altro, il partecipante comincia a prendere coscienza dei modelli consolidati analizzandoli e sperimentandoli criticamente, per dare inizio ad un processo di cambiamento.
Il TdO non intende formulare nessuna verità assoluta, ma si configura come un metodo che permette agli individui di confrontarsi e di dialogare con l’altro, al fine di (ri-)costruire risposte nuove e non stereotipate. Il TdO è un’occasione per comprendere meglio le dinamiche e le situazioni vivendole da prospettive differenti e per sollecitare le competenze empatiche dei partecipanti: i partecipanti assumono ruoli che non corrispondono a quelli della loro vita quotidiana scardinando in questo modo le proprie routine e forzandosi a entrare in un’altra prospettiva.

Perché simulare un patto di collaborazione rivisitando il metodo del TdO?

L’amministrazione condivisa dei beni comuni rimette in gioco le geometrie del potere esistenti, che dalla Rivoluzione francese ad oggi si sono consolidate in una dinamica che vede da un lato chi governa e, dall’altro lato, chi è governato. Chi è governato, sostanzialmente, delega chi governa, con i meccanismi della rappresentanza, a decidere quali siano le azioni di interesse generale. In questo cosiddetto paradigma bipolare le burocrazie svolgono da secoli ruoli amministrativi fondamentali, sempre più precisi, a servizio dei cittadini, assumendo ruoli di potere tecnico spesse volte misto al potere politico. Ora, l’amministrazione condivisa dei beni comuni rovescia questo paradigma bipolare amministratori/amministrati, e con esso il potere dei diversi soggetti (politici, tecnici, ma anche, attenzione, privati e del terzo settore) in senso collaborativo e orizzontale: si parla infatti di “sussidiarietà orizzontale” (Giordano, 2020).
Se andiamo in profondità, la dinamica di costruzione/ostruzione dei patti è qualcosa che ha a che fare con il potere. Il potere di far fare e saper fare o di non fare: cittadini attivi “oppressi” o scoraggiati dagli iter burocratici spesso lunghi e che richiedono ampie risorse di tempo; funzionari pubblici che si trovano a dover gestire nuove complessità progettuali senza l’ausilio di uffici formati e organizzati, etc.
Mettere quindi in scena il teatro dell’oppresso, in una sua versione semplificata e rivista, può essere estremamente utile per capire se è possibile esercitare un potere sussidiario, che è una forma di potere utopico.

Simulazione della costruzione di un patto di collaborazione attraverso il metodo del TdO

“Attori” coinvolti:
• 1 Facilitatore del gruppo
• 3 protagonisti
• 5-10 spett-attori, soggetti portatori di interesse
Step di realizzazione:
• Si procede alla stesura di una lista di possibili idee per un patto di collaborazione da simulare, a partire dall’esperienza diretta dei partecipanti: riqualificazione di uno spazio abbandonato, cura di uno spazio verde, rivitalizzazione di una piazza, riattivazione di un ex-spazio aggregativo, etc;
• Ogni partecipante vota la proposta che preferirebbe mettere in scena, escludendo la propria, e collettivamente si decide su quale sperimentare la simulazione;
• A partire dalla proposta scelta, si individuano 3 protagonisti della storia (per esempio: un sindaco, un cittadino attivo e un funzionario del Comune) e i restanti partecipanti diventano i soggetti portatori di interesse del Patto, ma anche oppositori, osservatori neutrali eccetera, interpretando rigorosamente ruoli che non corrispondono a quelli della loro vita quotidiana - un sindaco, ad esempio, non può interpretare il ruolo del sindaco - scardinando in questo modo le proprie routine e forzandosi a entrare in un’altra prospettiva;
• Si parte con la simulazione della costruzione del patto di collaborazione scelto, cercando di stabilire connessioni e dialogo tra tutti gli attori coinvolti: sia i protagonisti che i vari soggetti portatori di interesse prendono parola cercando di immedesimarsi nel ruolo che stanno ricoprendo, cambiando la loro prospettiva, interpretando un certo punto di vista e cercando di entrare nelle caratteristiche del personaggio a sua scelta (ad esempio, il ruolo del dipendente pubblico può ispirarsi liberamente al carattere del burocrate contrario a cambiare le proprie routine amministrative oppure del funzionario curioso di innovarle);
• Una volta che il gruppo decide che il percorso di costruzione del patto di collaborazione è concluso, è utile soffermarsi ad analizzare brevemente il laboratorio svolto, incoraggiando ogni partecipante a condividere le proprie impressioni sulle dinamiche osservate durante la pratica. A questo fine può essere molto utile, già nel corso della messa in scena, assegnare ai partecipanti il ruolo di giornalisti con visioni del mondo diverse, se non diametralmente opposte.
Note generali
In un laboratorio di questo genere, il ruolo del facilitatore è fondamentale. Il facilitatore avrà cura di:
o prendersi il tempo minimo necessario a correggere errori o puntualizzare inesattezze degli attori partecipanti (ad esempio storpiando il significato del principio di sussidiarietà o confondendo la concessione con il patto di collaborazione);
o dare costantemente spazio a partecipanti che vogliano inserire voci fuori campo o attori sulla scena, contenendo i prolissi e incoraggiando i laconici;
o enfatizzare i comportamenti dei singoli e delle alleanze che si formano sulla scena proprio nella direzione della oppressione, quindi esagerando in modo paradigmatico le relazioni negative di costrizione, soggezione, paura, affanno, scoraggiamento, depressione, fatica, così come quelle positive di entusiasmo contagioso, voglia di cambiamento, coraggio, slancio eccetera.

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pubblicato il 2021/11/02 14:12:24 GMT+1 ultima modifica 2021-11-02T14:12:24+01:00
Lo spunto laboratoriale è a cura dell'associazione Labsus.

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