#losapeviche - Il lato curioso della Partecipazione

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla partecipazione (ma non avete mai osato chiedere)

Forse non tutti sanno che… la partecipazione è ricca di curiosità, aneddoti, acronimi. Con #losapeviche, rubrica della nostra pagina Facebook @iopartecipo, vogliamo raccontarvi l’aspetto forse poco conosciuto, e talvolta meno istituzionale, sul mondo della partecipazione. Ogni tematica sarà proposta in due card. La prima che affronta una tecnica, una metodologia o uno strumento della partecipazione, la seconda con un aneddoto legato al tema proposto nella “puntata” precedente.

 

Sai cos’è l’Open Space Technology (OST)?

 

OST

 

L’Open Space Technology nasce nel 1985 da un’intuizione dell’antropologo H. Owen che, durante un simposio, osservò come le idee più significative fossero emerse nella pausa caffè: l’unico momento informale, del convegno, durante il quale le persone potevano parlare liberamente tra loro di ciò che davvero le interessava. Si potrebbe dire che ogni OST tenta di ricreare quel coffee break che tanto suggestionò Owen.

La buona riuscita di questa metodologia, si deve soltanto agli intervenuti che, a partire da una domanda iniziale, si organizzano in gruppi autonomi. L’OST si basa su quattro principi fondamentali che orientano la discussione: chi viene è la persona giusta; tutto ciò che accade doveva necessariamente accadere; ogni volta che inizia è il momento giusto; quando è finita, è finita. Ricordiamo anche la “legge dei due piedi”: se non stai imparando né contribuendo, devi essere pronto a spostarti in un altro gruppo di lavoro.

Fonti: “ PartecipAzioni: sostantivo plurale (pdf, 3.3 MB)” (2015), Regione Emilia-Romagna e www.openspaceworld.com

 

Un foglio di carta da 200 milioni di dollari

 

OST aneddoto

 

Il Bilancio Partecipativo

 

Bilancio Partecipativo

 

In base alle esperienze realizzate, non è possibile affermare che vi sia un'unica modalità per definire e attuare un bilancio partecipativo. Nella maggior parte dei casi sono le Amministrazioni a promuovere questo strumento di democrazia diretta, mettendo a disposizione della cittadinanza una quota delle proprie risorse finanziarie. I cittadini stessi (sia privatamente, sia in forma organizzata) sono poi chiamati a formulare, valutare e scegliere, attraverso un percorso partecipato, proposte progettuali, iniziative e interventi da realizzare con i fondi che l’Ente ha destinato, appunto, al bilancio partecipativo. Proprio perché coinvolge concretamente l’intera comunità nella designazione e nella gestione condivisa delle politiche pubbliche, il bilancio partecipativo contribuisce a rendere più trasparente, e improntato alla reciproca fiducia, il confronto tra governance locale e popolazione. Inoltre, rende le persone più responsabili nei riguardi del territorio in cui vivono.

    Fonte: qualitapa.gov.it

     

    Sai qual è il primo Bilancio Partecipativo?

     

    Bilancio partecipativo aneddoto

     

    Il Facilitatore

     

    Facilitatore

     

    Il facilitatore è un esperto nelle metodologie della partecipazione. Egli apporta un ‘valore aggiunto’ ai processi partecipativi soprattutto perché “viene da fuori” rispetto al gruppo che gestisce. Perciò assume una posizione neutrale riguardo al tema in discussione e ai diversi punti di vista dei partecipanti, e non possiede alcuna facoltà decisionale. In lui si assommano e coesistono i ruoli di coordinatore, moderatore e maieuta. Egli deve contenere le conflittualità e gli irrigidimenti ideologici che spesso caratterizzano le dinamiche gruppo; favorire l’ascolto attivo e il confronto equilibrato e argomentato tra tutti i soggetti presenti, ponendo le ‘domande giuste’ e utilizzando un linguaggio pertinente. Inoltre, il facilitatore deve riassumere e restituire i contenuti del dibattito ai componenti del gruppo, sia nel corso degli incontri, sia al termine di essi. Il facilitatore online agisce allo stesso modo, ma l’interazione dialogica che conduce è mediata dalle tecnologie. [Fonte: PartecipAzioni: sostantivo plurale (pdf, 3.3 MB)” (2015), Regione Emilia-Romagna]

     

    Il cittadino Facilitatore

     

    Facilitatore aneddoto

     

     

    Il metodo LEGO® SERIOUS PLAY®

     

    LEGO

     

    LEGO® SERIOUS PLAY® è un metodo di facilitazione dell'apprendimento basato sull'impiego dei mattoncini LEGO come supporto metaforico all’espressione, al confronto e all’accelerazione dei processi decisionali. Ogni partecipante deve "pensare con le mani" e visualizzare la propria idea di soluzione al problema oggetto del workshop costruendone un modellino in 3D, che può venire usato anche per creare delle storie. Questa tecnica si applica a diversi contesti organizzativi e ai temi operativi, strategici e relazionali più vari. A tale forma di prototipazione veloce di idee e azioni si può ricorrere anche durante i processi partecipativi. Per fare un solo esempio, essa è stata usata dalla Regione Emilia–Romagna, tra il 2014 e il 2016, durante il percorso partecipato "Seinonda", finalizzato alla progettazione condivisa del Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni, cui ioPartecipo+ ha dedicato una "Piazza"

    [Fonti: http://seriousplayitalia.it/; http://clamber-up.com/lego-serious-play/ ]

     

    L'origine del LEGO® SERIOUS PLAY®

     

    LEGO aneddoto

     

    Cos'è una comunità di pratiche?

    comunità di pratiche

    La formulazione del concetto di Comunità di Pratiche (CdP) si deve a Étienne Wenger, che definiva queste organizzazioni come “gruppi di persone che condividono un interesse per qualcosa che fanno e imparano a farlo meglio mentre interagiscono regolarmente”. Wenger individua tre caratteristiche che distinguono una CdP da ogni altra aggregazione. Ciò che definisce una CdP è la presenza di un “dominio”: un argomento che accomuna tutti i suoi membri. L’adesione ad essa, infatti, implica un senso di appartenenza e un impegno di ciascuno riguardo al “dominio” attorno al quale si forma. Il secondo requisito di una CdP è che le persone da cui è composta imparino e condividano, con continuità, quello che sanno. In terzo luogo, una CdP deve essere formata da professionisti che sviluppano un repertorio comune e condiviso di norme, procedure, informazioni, simboli, oggetti, strumenti e metodi di soluzione di problemi.

    [E. Wenger, “Communities of Practice. Learning, Meaning and Identity”, 1998]

    La comunità di pratica e l'arte

    comunità di pratiche aneddoto

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    pubblicato il 2018/06/06 15:00:00 GMT+1 ultima modifica 2018-11-27T12:20:45+01:00

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